C'era una volta...

Di Flavio Adducci

C’era una volta un ragazzino di 15 anni arrabbiato col mondo e anche con se stesso che, dopo una gavetta a suon di gruppi nu metal come Slipknot, Limp Bizkit e System of a Down, un po’ per curiosità e un po’ per fame di sonorità dure, decise di addentrarsi seriamente nel mondo del metal comprando in edicola un numero speciale della mitica Grind Zone. Era l’unica rivista venduta nelle edicole italiane totalmente specializzata nel metal estremo.

Per giunta, quello che comprò – che aveva in copertina il barbuto Chris Barnes dei Six Feet Under (famoso anche per aver fatto un cameo nel film “Ace Ventura – L’acchiappanimali” quando ancora cantava nei Cannibal Corpse) - era, appunto, un numero speciale perché consisteva in due vecchi numeri dell’anno prima (quindi, del 2003) venduti però al prezzo di uno, ergo ebbe accesso fin da subito a una vastissima miniera di informazioni. Scoprì in tal modo gruppi minacciosi come i Morbid Angel, i Sodom, gli Entombed e pure i leggendari Gorgoroth, il cui cantante era appena uscito dal carcere per aver violentato un uomo.

E scoprì generi musicali mai sentiti prima come il black metal, il death metal e il thrash metal, con le loro svariate ramificazioni. Tutte queste scoperte gli avrebbero cambiato per sempre il modo di concepire la musica… e ben presto anche se stesso.

E poi venne Rock Hard. Il primo numero di questa rivista, certamente più patinata e più commerciale di Grind Zone, lo comprò nel settembre 2004. Allora si parlava tantissimo delle Bestie di Satana, una setta satanista di metallari che, accusati di vari crimini, furono arrestati proprio in quel periodo. Quindi, ecco che nella copertina di quel numero non c’era soltanto Dani Filth dei Cradle of Filth ma anche un titolo come “Il metal non è Satana”, con riferimento al dibattito sorto sul metal come musica satanista capace, secondo la stampa generalista, di deviare le menti dei giovani.

Tutto questo, per un adolescente arrabbiato come il nostro, era un motivo per trovare affascinante il metal perché, ai suoi occhi, confermava il fatto che fosse una musica pericolosa e ribelle, non ben vista dalla società cosiddetta “normale”.

Ancor più importante, Rock Hard era venduto in due versioni: quella senza la compilation CD e quella provvista della compilation in CD. Ovviamente, curioso di capirci di più dal punto di vista musicale e anche perché non aveva ancora molte possibilità economiche per acquistare degli album, si comprò subito la versione con CD, la quale offriva una selezione di brani di gruppi sia blasonati che emergenti dei più disparati generi.

Da lì il nostro aspirante metallaro cominciò seriamente a capirci qualcosa, a comprendere le differenze, non solo musicali, fra i vari generi, a odiarne alcuni e ad amarne altri, soprattutto le varianti estreme del metal, che erano quelle con cui più si ritrovava perché gli permettevano di sfogarsi e di estraniarsi da un mondo che non accettava (o che semplicemente non voleva capire).

Così, il metal divenne talmente la sua valvola di sfogo, la sua linfa vitale, la sua passione che, anni dopo, avrebbe scritto un libro sul black metal.

Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

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