Esce BLOW : da oggi sul nostro sito e dal 28.10 in tutte le librerie e negozi online

Di Marco Porsia

Nota dell'Editore con una breve intervista all'autore Bruce Porter

Le corrispondenze, le concatenazioni di determinati eventi hanno sempre un certo fascino, fanno percepire una cinetica delle relazioni umane decisamente bizzarra. Nell’ottobre del 2018 avevamo appena sottoscritto l’accordo che ci consentiva di tradurre quest’opera, e di lì a poco avremmo incontrato Matteo Gracis, che di questa edizione è curatore, e che all’epoca ci proponeva il suo libro. A tutt’oggi quel libro “Canapa - Una storia incredibile” è uno dei migliori successi di questa casa editrice, e si fregia della postfazione scritta dal protagonista delle vicende qui raccontate, ossia George Jung, meglio noto come “Boston George”.

Avevamo scelto di pubblicare questo libro perché, nonostante fosse datato, parlava di una realtà che è ancora ben presente nel nostro vissuto, dato che il mercato delle droghe, e in generale di quanto oggetto di proibizione, resta un mercato assai redditizio. E le storie come quella di Boston George si moltiplicano.

Personalmente, penso che le responsabilità di chi vende qualunque prodotto in grado di nuocere alla salute di chi lo consuma siano alte, ma se sono responsabilità commensurabili per certi prodotti, dal tabacco al gioco d’azzardo, dalle bevande alcoliche ai farmaci, non vedo perché non lo possano essere per tutti i prodotti. Perché ad oggi l’alternativa è un mercato illegale, in cui chi vende se ne frega di chi compra, e gli vende quello che gli pare, facendoglielo pagare un prezzo aleatorio e gonfiatodal rischio di “impresa illegale”. Senza contare che la “guerra alle droghe” condotta in puri termini di azioni di polizia è un conclamato fallimento, già dai tempi di Boston George.

La proibizione dello stato, rivolta a determinate sostanze, è un’attività decisamente rischiosa dal punto di vista etico, dato che pone in discussione diversi valori fondamentali. Se la proibizione nasce per spirito di protezione, allora si ritiene il cittadino incapace di valutare le conseguenze del suo agire, e questo non è un bel modo di considerare i membri della propria comunità. Se la proibizione è legata agli effetti“immorali” dell’uso di una determinata sostanza, il livello di giudizio dello stato nei confronti del cittadino è ancora più rischioso, perché in questo caso gli si dà del “moralmente indegno”, senza accertarsi neppure se la morale in questione sia realmente condivisa. Proibire, in una democrazia adulta, dovrebbe essere “proibito”.

Questo libro deve moltissimo al lavoro di chi lo ha costruito, che ha raccolto la testimonianza di questo furfante geniale ed ingenuo al tempo stesso, e che ha evidenziato con implacabile puntiglio le contraddizioni in cui il sistema cade quando si confronta con questo tipo di crimini, la cui caratteristica principale è data dall’illegalità di determinati prodotti, e dal mercato illegale che di conseguenza si genera. Porter non giudica, ci racconta come solo un giornalista vero sa fare, racconta come uno che ama raccontare.

Nell’occasione della pubblicazione dell’edizione italiana, ho voluto rivolgere all’autore alcune domande, e di seguito le riporto con le sue graditissime risposte.Grazie a lui, e a tutti quelli che amano raccontare, e a chi ascolta i racconti.

Marco Porsia: Perché questo libro? Voglio dire, quale è stata la ragione, al tempo del suo concepimento e della sua realizzazione, che l’ha spinta a scrivere la storia di quest’uomo, di questo tipo d’uomo?

Bruce Porter: Ciò che rendeva irresistibile il dover scrivere su George era la sua memoria rigogliosa unita all’impeccabile senso dell’umorismo. Poteva rievocare eventi minuziosamente e in technicolor così da coprire tutti i cinquant’anni di cui ho scritto, da quando era un ragazzino a Weymouth, Massachussets, fino al suo crollo a Fort Lauderdale. Ci vollero due anni per scrivere il libro, e viaggiammo insieme, dal Messico alla Florida, dalla California a Cape Cod, mangiando, dormendo, bevendo, ogni tanto litigando, mentre vivevamo la sua vita a ritroso. Dapprima ero scettico, perché la maggior parte di queste “storie-verità” sul mondo della droga sono piene di buoni propositi al contrario e di bugie autoincensanti. Come ogni narratore affascinante, George non si sottraeva a queste dinamiche. Io, da reporter, ho cercato di verificare al meglio ogni racconto da lui riferito con i partecipanti originali, e noi due siamo spesso tornati sui luoghi in cui le cose sono accadute, sebbene, a scanso di rischi, egli abbia rifiutato di tornare con me in Colombia. Se la fonte confermava i suoi racconti io li usavo, altrimenti li gettavo via.

MP: Sono decisamente contro ogni tipo di proibizione, e da questo punto di vista ho inteso che uno degli argomenti principali che risultano dal suo libro è il fatto che gli spacciatori di droga, come Boston George, scelgono questo mercato rischioso e pericoloso perché i profitti sono incredibilmente alti, più alti di qualunque altro tipo profitti in qualunque altro mercato. Ed è una chiara conseguenza della natura proibita dei beni coinvolti nel mercato, vale a dire le droghe. Perché lo stato, sia l’apparato legale che i politici, sembravano, almeno per un lunghissimo periodo, non in grado di comprendere questa semplice evidenza?

BP: Legalizzare o non legalizzare, questa questione è stata masticata dai riformatori per così tanti anni che, francamente, mi è venuta a noia. Non vi sono argomenti, da entrambe le parti, che non abbiamo ascoltato almeno un migliaio di volte. Ci è voluto talmente tanto tempo per ammorbidire l’opinione pubblica così che accettasse la parziale legalizzazione della marijuana, figurarsiper fare lo stesso per la “roba pesante”. Questo non accadrà mai, perché nessun politico vede l’opportunità di muoversi su di un terreno generalmente impopolare. La gente negli Stati Uniti associa le droghe con i criminali e i farabutti, che alla gente non piacciono. Così, perché i politici dovrebbero sprecare il loro tempo per cercare di legalizzare l’eroina, la cocaina, le metamfetamine e tutti gli antidolorifici quando la gente potrebbe ringraziarli votando per qualcun altro? Un’altra ragione è la risposta cinica che la legalizzazione non è negli interessi della struttura di polizia, che trae una considerevole porzione del proprio bilancio operativo dal perseguimento della “guerra alle droghe”. Una risposta anche più cinica, che non è politicamente corretta ma che ho il piacere di propagare, è che lo spaccio di droga, almeno quello fatto per strada, è un modo per garantire un reddito a elementi criminali di bassa lega che altrimenti sarebbero dediti alla rapina e all’aggressione dei cittadini rispettosi della legge, cosa che rappresenta una vera piaga nelle città degli Stati Uniti. E rigetto l’obiezione secondo cui il fornire un piccolo reddito a questi ragazzi di strada causi un qualche danno ai loro clienti tossicodipendenti, giacché se certe categorie di droghe non fossero disponibili, essi si rivolgerebbero ad altre attività autodistruttive. Come dice la battuta “è nella loro natura”.

MP: Le piace il film “Blow”? Personalmente, dopo aver letto il suo libro, ho trovato la pellicola un poco superficiale a quanto risulta dal libro stesso. Chiaramente un film non può mostrare tutti gli aspetti di una ricerca approfondita e di una analisi significativa, ma alla fine lo considero un buon prodotto da botteghino, e tuttavia sembra una buona occasione parzialmente persa.

BP: Mi è piaciuto il film, ma mi è piaciuto per quello che era; non si trattava di moralizzare circa il problema della droga, ma piuttosto di raccontare una storia. Ho scritto il libro come una sorta di “Tom Sawyer entra nel mercato della cocaina”. Se vuoi un film serio sulla droga ti raccomando “Traffic” con Michael Douglas come protagonista. Quello è per adulti, mentre “Blow” è per ragazzi, ed è difficile che entrambe le visioni siano comprese nello stesso film.

MP: Quale è a suo avviso il ruolo dei mezzi di comunicazione oggi, e il ruolo dei giornalisti, degli scrittori, degli editori in questo secolo? La comunicazione è breve, rapida, e svanisce al solo sguardo. Ha ancora senso scrivere libri, pubblicare, leggere? Ritengo personalmente che abbia senso, ma sento anche che troppa informazione possa essere equivalente a nessuna informazione. In nessuna epoca della nostra storia abbiamo avuto a disposizione una tale quantità di informazioni, dati e documenti, pronti per l’uso. A dispetto di tutto ciò, sembra che la gente abbia perduto la sua “sete di conoscenza”.

BP: Sono completamente d’accordo con te. Troppa informazione è come nessuna informazione, e mette le menti semplici nelle grinfie dei ciarlatani e dei sociopatici della comunicazione.

MP: Oggi, su quale argomento lei può pensare che debba essere scritto un libro?

BP: Sono troppo vecchio per fare ancora del giornalismo serio. Libri come “Blow”, e quello successivo “Snatched”, la storia di un rapimento che è stata trasposta in film dalla produzione di Leonardo DiCaprio, con il titolo di “Going back to Cali”, hanno avuto bisogno di un’incredibile quantità di tempo, energia e perseveranza, tutte cose che sembrano scorrere via come parte del processo di invecchiamento. Più facile è scrivere di qualcosa che non richiede vero giornalismo, ossia qualcosa su di me, e quattro eventi della mia vita che sono convinto otterranno l’interesse dei lettori così come ha fatto “Blow”. Il titolo provvisorio è “B-b-bombs Away!”

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