La «mia» tv e il Coronavirus.

Di Enrico Cirone

(giornalista, scrittore)

In tv, nel corso del programma settimanale che conduco al mattino, un filo diretto con il pubblico nelle ore (10/12) di maggiore ascolto per noi, ho scelto subito, dal primo manifestarsi della pandemia, di adoperare la parola «guerra».

Non sono mancate subito le critiche, rigorosamente espresse in diretta dagli spettatori, soprattutto i più anziani, quelli che la «Guerra» l’hanno vista davvero e, magari anche combattuta.

«Come si permette?». Oppure: «Lei non ha rispetto». Mi sono sentito dire.

Liberi tutti, ci mancherebbe.

Ma capisco. Nella mentalità comune le guerre fanno rumore. Significano bombe, esplosioni, boati. Cingoli di carri armati che si lasciano dietro cadaveri a cielo aperto.

Con la pandemia nulla ha ricordato la guerra. Silenzio nelle città, tutto taceva. Non si sentivano fucili sparare, non si udivano grida, non si percepiva il terrore.

Nessuno correva, nessuno scappava (da che? Da cosa?).

Eppure il nostro territorio è stato invaso: un’occupazione rapida, silenziosa e invisibile.

Complici ignari, abbiamo respirato il contagio del nemico. E così i nostri gesti e le nostre consuetudini si sono trasformati in atti violenti. Inconsapevolmente le strette di mano, i baci, gli abbracci, hanno permesso al virus di diffondersi tra i civili.

Così abbiamo subito la provocazione dell’avversario invasore e abbiamo dovuto reagire. Come in guerra.

E abbiamo dovuto rapidamente studiare come difenderci per non essere travolti e sopraffatti dal nemico mortale.

Ecco quindi il coprifuoco e, con esso, il salvacondotto: l’autocertificazione scaricata da internet da mostrare a ogni posto di blocco.

«Da dove viene? Dove va? Avanti, passi. Lasciate passare». E giù un timbro autografato da una mano guantata oltre la divisa.

Strategia e tattica. Per arginare il nemico il Paese si è dovuto fermare. E con lui anche i nostri progetti, le nostre aspettative sul futuro prossimo.

Sul campo di battaglia è andato in scena uno scontro inedito combattuto da soldatini in servizio civile armati di solitudine e forzatamente isolati dal resto della truppa.

I più deboli, chiusi in casa con la sola compagnia del televisore, hanno saputo dai bollettini che le vittime aumentavano.

Sono stati i caduti di una guerra impalpabile che ha contaminato regioni, stati, territori. Ma contro il nemico, ci siamo sentiti a un tratto anche più uniti. Il senso di appartenenza è tornato il pilastro comune. La resistenza, il canto dai balconi.

L’isolamento ha regalato bagliori di unità nazionale.

E mentre la vita torna a scorrere nei capillari, in attesa del vaccino, a distanza di tempo non ho cambiato idea: Domani la racconterò come una guerra combattuta in tempo di pace contro un nemico invisibile.

E ci sarà un dopoguerra.

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